27.2.2019 – Il Corriere della Sera

Nelle stanze della follia. La mostra curata da Vittorio Sgarbi arriva nei luoghi di Mario Tobino

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La mostra itinerante Museo della Follia trova a Lucca il suo genius loci. Il curatore, Vittorio Sgarbi, l’ha già esposta — in forme diverse — a Venezia, Mantova, Napoli (c’era anche un «lavoro» di Maradona)… ma a Lucca, negli spazi appena restaurati della Cavallerizza, vicino all’ex ospedale psichiatrico di Maggiano dove Mario Tobino dedicò la sua vita a 1.040 matti (dal 1942 al 1980), la mostra assume un significato definitivo. Gli artisti sono dei «matti, ma non troppo», come emerge dalle celebri biografie raccontate dallo storico Rudolf Wittkower nel libro Nati sotto Saturno. I matti-matti, invece, sono quelli raccontati da Tobino in Le libere donne di Magliano (1952), Per le antiche scale (1972) e Gli ultimi giorni di Magliano (1982), la trilogia dedicata a quella che il critico Giulio Ferroni definì la «rovinosa libertà interiore della follia».

Tobino si oppose alla Legge Basaglia (13 maggio 1978) che chiuse i manicomi liberando i malati. Tobino, che era «un uomo di cuore, diceva che la sua vita era lì, che i pazzi erano i suoi simili» (Sgarbi). «La cupa malinconia, l’architettura della paranoia — disse allora Tobino —, le catene delle ossessioni esistono anche se si chiude il manicomio». Basaglia, che «era un uomo di idee», affermava invece che «la follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia».

Questa tesi prevalse, gli ex ammalati finirono con il gravare sulle famiglie più che sulle strutture socioassistenziali mentre i manicomi liberati finirono in rovina o diventarono hotel cinque stelle come a Venezia. Quello di Maggiano, aperto nel 1773 e chiuso nel 1999, è visitabile nei weekend di fine mese grazie alla Fondazione Tobino. Passeggiando tra quel che resta di immense cucine, camerate e chiostri dove i «pazzi» giocavano a dama su scacchiere improvvisate si comprende come Maggiano fosse un borgo autonomo dove i malati coltivavano, tessevano, cucinavano: era una istituzione totale — come scrisse Michel Foucault in Sorvegliare e punire e Storia della follia nell’età classica — ma non priva di un «suo» senso dell’esperienza. Talvolta, come ricordava ieri Sgarbi, gli uomini non sono «da liberare» poiché la società «li respinge poi di nuovo» e rinasce l’impressione che «il manicomio li proteggeva in una condizione di umanità».

Per Sgarbi, ma in fondo per gli estetologi e i critici d’arte, la follia ha un aspetto positivo: spinge a una creatività oltre i normali limiti. «Un artista come Carlo Zinelli rimaneva tranquillo e produttivo in manicomio ed entrava in difficoltà non appena era a contatto con gli altri. Fino a van Gogh l’arte è capace di dominare la follia che la genera; in Borromini e Michelangelo la forma prevale ancora sulla vita. Da van Gogh in poi — asserisce Sgarbi — la follia domina l’arte, si pensi a Ligabue o a Munch: qui siamo alla hegeliana morte dell’arte perché non si è più servi della forma. La follia cancella l’arte come rappresentazione del reale e la vita sopravanza la forma».

Il critico non aveva mai lavorato a Lucca: «Qui ho trovato un’integrità sacra — dice —, adatta a una esperienza primaria come quella condotta da Tobino, che è il primo scrittore che ho letto». Tanto che in mostra la stanza del medico-scrittore riappare come dentro a un ricordo, ricostruita in un contesto intimo. Tra i suoi «matti» di Maggiano ci furono anche artisti: ad esempio Fidia Palla, lo scultore di Pietrasanta, entrato a Maggiano nel 1924 e rimasto fino alla morte.

Questa mostra «ansiosa e ansiogena» è un percorso eterogeneo e vagante di circa 200 opere tra dipinti, fotografie (una intera parete riproduce i ritratti ritrovati nel manicomio abbandonato di Teramo), sculture, oggetti e installazioni multimediali che invogliano a una riflessione sul tema. «Entrate, ma non cercate un percorso-mostra, l’unica via è lo smarrimento»; in questo senso la mostra sui «matti» parla molto della nostra contemporaneità. Le sale si aprono con i dipinti e le sculture di grandi maestri come Silvestro Lega, Fausto Pirandello, Antonio Ligabue, Francis Bacon, la cui mente, attraversata dal turbamento, «ha dato forma a un’arte allucinata e visionaria». Prosegue poi con opere d’arte sulla tematica della follia eseguite dal Settecento ai giorni nostri di autori come Tranquillo Cremona, Cesare Tallone, Vincenzo Gemito, Ottavio Mazzonis, Venturino Venturi, Tarcisio Merati, Vincenzo Claps, l’artista di Avigliano di cui si espone una espressiva tela di uno smarrito soldato allo specchio. E poi opere di Gaetano Pesce, Studio Azzurro, la Nave dei folli di Enrico Robusti e le composizioni teatrali di Agostino Arrivabene.

Tra le novità dell’edizione lucchese della mostra c’è una imponente opera di Cesare Inzerillo: il titanico Calcio Balilla dal titolo U.S.L. (Unione Sportiva Lucchese) dentro il quale si può camminare, testimonianza della principale attrazione ludica presente nella maggior parte dei manicomi abbandonati. Poi i lavori della pittrice Juana Romani, protagonista della Parigi bohémienne di fine Ottocento e morta in un manicomio nel 1923, e anche illustri autori toscani, tra i quali Lorenzo Viani (La pazza), Alberto Magri e lo scultore-speleologo Filippo Dobrilla.

A Lucca in genere si va per vedere il sarcofago di Ilaria del Carretto scolpito da Jacopo della Quercia: «Jacopo con Ilaria scolpì l’Italia / perduta nella morte», scrisse Pasolini. Lucca può ora diventare anche capitale della riflessione sulla follia, che non è la morte ma forse il suo opposto o, forse, qualcosa a lei molto vicino.
Pierluigi Panza – Il Corriere della Sera